Scuola e Cultura Antimafia ha iniziato la sua lotta alla mafia venti anni fa come associazione di insegnanti e presidi. In poche persone ritenevamo di potere dare un contributo che speravamo decisivo e che consideravamo eticamente e politicamente necessario. Poche persone, che i colleghi indicavano come "quelli dell’antimafia" e percepivano come dei sognatori utopisti, pochi che però avevano intuito che la didattica antimafia a scuola aveva un ruolo assolutamente strategico se si voleva arrivare ad una svolta.
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Nello sviluppo della storia recente i pochi sono diventati molti e l’educazione antimafia come principio non è più messa in discussione; il movimento antimafia è cresciuto, certamente non solo in ambito scolastico. |
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Ma ha raccolto anche, oltre a nuove validissime energie, anche punte di pressappochismo o opportunismo con difetto di spessore di analisi o di conoscenze. Era una prospettiva che Sciascia aveva intuita (la questione dei "professionisti dell'antimafia"), ma che era stata coniugata con troppo anticipo all’allora presente piuttosto che all’allora futuro prossimo. In fondo si tratta di un inconveniente di crescita, lieve in sé, ma particolarmente fastidioso mentre è in atto un processo di mimetizzazione della mafia che avviene a più livelli e modi:
· Direttamente, per scelta di Cosa Nostra, che rifugge oggi dalle azioni eclatanti e clamorose, accreditando per parte sua l’immagine di una mafia debole o in via di estinzione, analoga all’immagine dell’inesistenza della mafia che era promossa 40 anni fa.
· Direttamente ancora, per iniziativa di settori di potere sicuramente mafiosi che a parole proclamano la loro antimafiosità, ma che continuano a produrre comportamenti mafiosi. L’immagine che fa comodo a questi settori è quella della mafia come semplice delinquenza comune.
· Indirettamente, per opera intellettuale o morale di chi, non essendo mafioso, sminuisce la mafia a puro fenomeno di delinquenza organizzata, invoca educazione alla legalità come toccasana e dimentica che nelle scuole l’educazione alla legalità si è sempre condotta (se i vostri vecchi insegnanti erano tutti fior di gaglioffi non parliamo per voi!). Anche così viene promossa un’immagine della mafia simile a quella della delinquenza comune, ma é un’immagine più raffinata: di collusione con segmenti del sistema di potere, di devianze marginali dello stesso, di corpo estraneo che si è attaccato a un organismo sano. A riguardar bene un'educazione alla legalità intesa in tal maniera non fa che occupare il posto e ricalcare la fisionomia e la connotazione della vecchia educazione morale proposta dalla pedagogia di un tempo passato.
La mafia è al potere da circa 140 anni, un tempo troppo lungo per un’associazione criminale. Non è perciò ovviamente un mero problema giudiziario, e in realtà non è nemmeno un problema prevalentemente giudiziario. Qualunque siciliano sa che quando un mafioso è condannato, un altro mafioso occupa il posto di quello, perché la struttura sociale siciliana è mafiogena. La mafia è soprattutto una subcultura basata su relazioni personali e clientelari di protezione. Sul rapporto asimmetrico di favore e sottomissione si è sviluppato in Sicilia un sistema di potere mentre gli atteggiamenti politici e sociali sono fortemente condizionati da questa mentalità. Così la mafia lascia la violenza al suo braccio armato, abitualmente chiamato Cosa Nostra, perché spesso si mimetizza nell’ambito del potere legale e non ha bisogno della violenza.
La scuola è stata responsabile nella riproduzione della mentalità mafiosa: vi sono molto spesso atteggiamenti e stereotipi mafiosi nella classe dirigente siciliana ed essa ha frequentato le scuole siciliane.
Queste hanno fornito sì un'educazione alla legalità, ma l'hanno fornita scompagnata e non è servita a niente. Nelle scuole siciliane è l’educazione alla democrazia e a costruire il senso dell’identità collettiva che non è tradizionalmente efficace. Probabilmente la più importante ragione del fallimento è che i manuali scolastici di storia non si occupano della storia di Sicilia. Ciò accade non perché il governo italiano proibisca formalmente di trattare l’argomento, ma perché il potente sistema d’editoria scolastica, di fatto, non lo consente.
La storia di Sicilia è forse più complessa e comunque è differente rispetto alla storia d’Italia, per esempio nell’antichità la Sicilia non era latina, ma greca. Terminati gli studi, un alunno studioso conosce abbastanza bene la storia di Firenze e Roma, ma non ha letto che poche righe, o nessuna, sulla storia di Sicilia.
Lo stesso accade per gli altri argomenti che riguardano la Sicilia. Disgraziatamente è proprio su un forte senso d’identità collettiva che si sviluppa la volontà generale, base esplicita da Rousseau in poi di ogni democrazia. E in Sicilia manca tutto questo.
L'esito è tragico: fuori dal portone della scuola la mafia continua a fornire allo studente la propria visione della società.
Negli ultimi venti anni la coscienza antimafia in ogni caso è cresciuta: i cortei, le manifestazioni antimafia che di per sé non sono un indice di consapevolezza, ma almeno di coinvolgimento emotivo, ci sono state, ci sono ed hanno avuto peso. La scuola dell’obbligo si occupa di Sicilia di più di quanto facesse venti anni fa, anzi particolarmente evidente è stato il balzo nell’interesse da parte della scuola media, ma questo perché venti anni fa la media stava proprio a zero.
In alcune realtà come Palermo, dove vi è stato un attivo ruolo del Municipio, i ragazzi di tutte le scuole hanno cominciato a leggere di storia di Sicilia, anche se lo hanno fatto soltanto sulle pietre di qualche monumento selezionato e non anche sui libri di scuola.
Possiamo essere soddisfatti? Purtroppo no, perché è stata una crescita con radici poco profonde e oggi la pubblica opinione appare vittima di due ingenuità.
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La prima: pensare che il sistema
mafioso, già irrigiditosi temporaneamente nella strategia stragista, non possa
più reagire in maniera intelligente, e cioè senza apparente violenza,
all'offensiva subita. Lo stereotipo poco realistico è che esso, riconosciutosi
sconfitto, si limiterebbe a gestire il nocciolo duro dei propri affari (racket a
prezzi adesso modici, subappalti e forniture, adesso e da sempre, con molta
discrezione).
In realtà la mafia sta recuperando a tutti i livelli, in tutte le direzioni. E
la scuola antimafia non è una fortezza imprendibile.
· La seconda: credere che tra mafia ed antimafia vi sia una corrispondenza puntuale di schieramento politico – è ovvio che questa è un'ingenuità "di sinistra"-, mentre la mafia nella sua globalità è assolutamente disinteressata alle idee, può prendere il treno delle riforme se ci sono riforme, è solo legata al potere.
Per rilanciare il movimento occorrono, ora come sempre, chiarezza di idee, capacità di analisi, determinazione e coraggio.
Pier Franco Rizzo
(Pubblicato sul n°1/2 Anno 19 Gennaio - Agosto 2002)
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